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Rubber ducking about stuff.

DMOZ deve morire

Scritto il 23/11/2009 da Alessandro Martin.    

DMOZ è praticamente nata con il Web. In quei tempi aveva senso pensare ad un progetto che avesse come obiettivo quello di raccogliere in un unico grande catalogo i siti di maggiore qualità selezionati da un team di editori in carne ed ossa.

Oggi quel progetto è orrendamente naufragato. DMOZ puzza di vecchio. E non parlo di quell’odore di soffitta che fa pensare con nostalgia ai bei tempi andati. Ma della puzza di morte che ti aggredisce entrando in un archivio statale dove ammuffiscono faldoni coperti di polvere.

  • La categorizzazione è rigida e gerarchica. Una categorizzazione più ricca e flessibile potrebbe essere basata su faccette o su tag, magari con la possibilità di creare delle catene di etichette che consentano un raffinamento progressivo della ricerca.
  • Il sistema di gestione dei contributi degli utenti è estremamente chiuso. Se non sei un editor non hai nessuna possibilità concreta di far in modo che il sito che hai segnalato venga seriamente valutato. Altro che Open Directory Project.
  • La grafica è agghiacciante. Su questo credo che ci sia poco da aggiungere. Navigare fra le pagine di DMOZ mi fa ogni volta l’effetto delle unghie che graffiano una lavagna.

Il cancro che ha divorato DMOZ si riassume in due parole burocrazia e furbizia. La burocratizzazione ha portato alla generazione di spirali di inefficienza da manuale: se suggerisci un sito per l’inclusione potresti aspettare mesi per avere una risposta perché gli editor sono volontari, se vuoi diventare editor potresti aspettare altrettanti mesi perché gli editor sono pochi. Insomma, non se ne esce. I furbi non hanno fatto altro che peggiorare la situazione.

Molti di coloro che hanno la perseveranza di aspettare i tempi biblici di DMOZ e riescono a diventare editor lo fanno per rendere popolari SOLO i propri siti. Ecco che dunque ogni editor diventa il padrone assoluto di una categoria e può tranquillamente limitarsi a far entrare solo i siti su cui ha qualche interesse (spesso di tratta di “made for adsense” di infima categoria).

Cosa fare? Semplice! Radere al suolo DMOZ e spargere del sale sui server. Progettare un nuovo sistema con tecnologie al passo con i tempi che prendendo esempio da Wikipedia metta al centro il contributo di tutti gli utenti e permetta di costruire percorsi di navigazione che facciano emergere risorse preziose altrimenti poco evidenti. Una directory più aperta e democratica con processi decisionali trasparenti che soprattutto sia sufficentemente sveglia da cacciare a calci chiunque partecipi al solo per il proprio tornaconto.

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