Twitter è un’altra delle applicazioni di social networking. Si tratta di un sistema che permette di pubblicare brevi messaggi che rispondono alla domanda “che cosa stai facendo ora?”. L’idea è quella della microcomunicazione, molto vicina agli SMS dei cellulari. Carino, divertente, aperto (è disponibile un API ben fatta) e sta avendo molto successo nella blogosfera… Nonostante questo, lo trovo abbastanza criticabile, e spiego perché.
In una battuta, allo slogan “cosa stai facendo ora?”, la mia risposta è “chissenefrega!” Scherzi a parte, mi sembra di essere di fronte ad caso di incontinenza comunicativa, un desiderio incontrollato di dire qualcosa, non importa cosa, per aumentare la propria presenza in rete. L’obbiettivo non è del tutto sbagliato, anche su Internet infatti vale un motto di moda nella comunità scientifica: “publish or perish”, se non pubblichi qualcosa sei una razza estinta. Il problema è che pubblicare non basta, bisogna anche dire qualcosa che abbia un qualche valore per gli altri, cosa che su Twitter è piuttosto complicata a causa della brevità dei messaggi. Il rischio è che passato l’entusiasmo per la novità, gli utenti perdano via via interesse per quello che finisce per essere solo un accessorio curioso.
Qualcuno si sbilancia a citare gli haiku per lodare la bellezza della comunicazione rapida e sintetica. Nulla di più sbagliato. Gli haiku sono il frutto di una riflessione che porta a levigare i versi sino a raggiungere un nucleo essenziale e irriducibile. Non sono comunicazione istantanea.
Gli utenti di Twitter ricordano le presenze in una casa infestata dai fantasmi. Sono manifestazioni senza corpo di pensieri, manifestazioni di identità che esistono altrove nel web… o forse nemmeno lì.
Gli articoli con lodi sperticate a twitter sono facili da trovare. Preferisco segnalarne uno che va, come me, in controtendenza: Twitter Nation: Nobody cares what you’re doing.
Nessun post correlato.
